Appunti disordinati da Terra Madre



Sono appena tornata da quattro giorni a Terra Madre Salone del Gusto. Non un evento da vetrina, ma un organismo vivo, pulsante, che si è riversato nelle piazze, nelle strade e nei palazzi storici del centro di Torino. Proprio come lo desiderava Carlo Petrini.
Sono salita sul palco per il talk Alle radici del gusto. Tra identità e contaminazione, insieme a Fidaa Abuhamdiya, Duncan Okech e Piero Ling, con il giornalista Maurizio Crosetti a fare da arbitro e complice di una conversazione fluida e sincera.
Condividere quello spazio con loro è stato uno scambio di storie, culture e punti di vista che mi ha molto arricchita. Ho parlato dei miei racconti sul cibo, sì, ma il cibo non è mai solo cibo. È politica, memoria, sopravvivenza.
Il resto del tempo l'ho passato a fare quello che si dovrebbe sempre fare in posti così: ascoltare.
Ho girato tra conferenze, workshop e degustazioni. Ho incrociato gli sguardi fieri di produttrici e produttori arrivati da ogni parte del mondo. Ho assaggiato sapori sconosciuti, capaci di resettarti il palato e costringerti a ripensare a tutto ciò che credevi di sapere.

Il momento che mi è rimasto più impresso è stato questo: La imprenditrice  ugandese, Zam Mulindwa, teneva sul palmo della mano una cabossa gialla, il frutto del cacao. La girava con la naturalezza di chi conosce quel frutto da sempre. Nell'altra mano impugnava saldamente un coltellone e colpiva il frutto con piccoli colpi misurati, con molta calma.

Si sentiva soltanto il rumore secco della lama contro il guscio. Nessuno parlava. C'era la precisione di movimenti familiari, ripetuti chissà quante volte.
Con gesti antichi e carichi di rispetto, ha aperto il frutto rivelando la polpa bianca e i semi stretti l'uno all'altro.
Ce lo siamo passati di mano in mano, senza fretta, sentendo l'odore dolce e acidulo della
polpa, e ognuno ha preso un seme da assaggiare.
Abbiamo condiviso il cacao fresco, così, senza cerimonie. È stato in quel momento che ho avuto la certezza che continuare a scrivere di cibo, e dei tanti modi in cui gli esseri umani abitano il mondo, avesse davvero un senso. Che fosse cosa buona e giusta.
Sono tornata a casa con una miriadi di appunti disordinati, contatti di persone straordinarie e una fiducia rinnovata, quasi arrogante, nei miei progetti.
Quando scrivi, spesso cammini al buio. Spesso non sai dove ti porterà una storia, né se interesserà a qualcuno. Poi arrivi in un posto come Terra Madre, ascolti gli altri e ti accorgi che le tue ossessioni e le tue domande, non sono soltanto tue. Appartengono anche ad altre persone, ad altre esperienze, a una comunità che attraversa confini e culture.
Alla fine, Terra Madre mi ha ricordato che scrivere significa sintonizzarsi sul mondo, lasciarsi sorprendere e tornare alla pagina con gli occhi spalancati. E con uno sguardo nuovo.

Un enorme grazie va al Concorso Lingua Ma
dre, che mi ha aiutata a fare coming out letterario. Ha dato spazio alle mie parole e le ha messe in circolo, rendendo possibile tutto questo.
Sono grata anche aSlow Food, per avermi aiutata a ritrovare il filo di ciò che sono e di quello che voglio raccontare.


maryvaleriano

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